Di colpo si udì arrivare da fuori alla grande sala l’urlo di un uomo, fu come alzare il volume di uno stereo durante una messa, da zero al massimo in una frazione di secondo. Dalla porta di accesso al pubblico, che portava dritta nella sala d’attesa e fino al banco dell’accettazione, entrò di corsa un uomo con le mani insanguinate rivolte verso l’alto sbraitando e chiedendo aiuto. Anche la giacca che indossava aveva un bel po’ di sangue ben impresso sopra, così come parte del suo viso.. L’enorme sala si zittì e rivolse lo sguardo incredulo verso di lui, giunto ormai al bancone del triage.

“Venite fuori, venite fuori, subito, di corsa” tuonò l’uomo con gli occhi sgranati ed in preda ad un panico incontenibile.

“Si calmi, cosa è accaduto?” disse la donna che si trovava dietro al bancone; poi si voltò aprendo la porta ad ante girevoli proprio dietro di lei e disse:

“Voi di là prendete una barella e uscite, veloci, veloci” e si girò nuovamente verso l’uomo. Lui la fissò negli occhi, lo sguardo era spaurito, in cerca di aiuto mentre quelli della dottoressa dietro al bancone erano atterriti, terrorizzati ma fermi. La bocca dell’uomo era aperta ed il viso sembrava voler piangere, poi poggiò entrambe le mani sul bancone, quasi volesse prendere lo slancio da una banchina di una piscina, si voltò di scatto ed uscì nuovamente di corsa verso l’entrata principale. Sul tavolo bianco del triage restarono ben chiari i segni lasciati dai palmi delle sue mani, rosso sanguigno e poi la striscia sbiadita con cui le aveva tirate via, scivolando e scappando nuovamente da dove era venuto. Passò qualche secondo e alle spalle del bancone si aprì di getto la grande porta ad ante mobili come quelle dei saloon del far west; subito dietro uscì uno staff di quattro medici, tre donne ed un maschio, due da un lato e due da un altro di una barella a rotelle. Si udiva forte e continuo il rumore dei giunti metallici che componevano la barella, che sbattevano tra loro e con loro quello delle ruote che scivolavano sul pavimento. Corsero veloci verso l’uscita da cui era entrato pochi minuti l’uomo.

Un bisbigliare riprese lentamente nella sala d’attesa, fino a crescere poi nuovamente a confusione, come se nulla fosse mai accaduto. Lo spazio era composto da circa una decina di file di sedute, in plastica grigia, una di fronte all’altra. Quell’odore di disinfettante, di medicinali invadeva l’ambiente, il solo respirarlo ti faceva sentire già un paziente in cura. Il pavimento era bianco, a mattonelle grandi e pulite quasi da potercisi specchiare dentro. Quello era un luogo di sofferenza, un luogo dove si incrociavano destini e dolore, amicizia e cinismo.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Follow by Email
Facebook
Facebook
YouTube
LinkedIn
Instagram